Fame. Entro in rosticceria, ignoro tutto e chiedo un calzone fritto, ho fretta. La pizzettara me lo vuole scaldare. Va bene, aspettero’, anche questo. So cosa aspettarmi. Un polpettone di tiepido amido acido, oleoso, con uno schizzo di ripieno dubbio freddo. Un buco allo stomaco per tapparne un altro. Mentre aspetto, entra una ragazza. Bassa ma proporzionata bene. Una pimpante, decisa, che scannerizza la vetrina di 5 metri in due secondi e punta precisa la scelta giusta nel panorama del banco. Occhi neri, belli vispi. Mi guarda mentre la guardo. La guardo mentre mi guarda. In questi casi, che sono quelli in cui ne vale la pena, lancio la sfida: perde chi distoglie lo sguardo per primo. Non abbasso gli occhi. Neanche lei. Ogni tanto mi prendono per deficiente. E perdono. “Mangia subito?”. Non molla e sorride appena. Pero’. Le brilla il nero degli occhi. La signora col calzone caldo in mano ci guarda guardarci. Nessuno si muove. Tutti in fermo immagine, la signora col calzone a mezz’aria, la ragazza ed io col nostro ponte oculare ad unica campata. Un tipo sullo sgabello all’angolo fissa il suo telefonino. Cosi’ non puo’ continuare. “Ci conosciamo?”, faccio io. “Sei roberto?”, fa lei. Perdo io, che ho parlato e sorrido. Un po’ amaro. No, mi spiace. Sì, me lo dia così, signora. A rivederci.

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